La falsa positività erode verità e intimità. Daniel Ahearn offre un percorso verso l’onestà.
Un uomo ha solo cento dollari in banca ed è appena stato scartato per un lavoro che pensava di aver ottenuto. Quando il partner gli chiede com’è andata, forza un sorriso: “Va bene. Arriverà qualcosa di meglio.” In superficie sembra speranzoso, ma le parole sono una maschera. Non sta condividendo la sua paura o delusione: sta gestendo la percezione.
Una donna rilegge una rottura amorosa come empowerment: “L’avrei lasciato comunque.” Sotto la spavalderia, sente perdita, confusione, forse anche una ferita affettiva. Eppure pubblica una foto con l’hashtag #singleandlovingit.
Entrambe queste storie mostrano persone che nascondono il dolore dietro una performance di forza. Nel mio lavoro di psicoterapeuta, sento spesso racconti simili. Il messaggio implicito è: resta “in linea col personaggio”, mantieni il positivo, non rischiare di sembrare “bisognoso”. È un ibrido di falsa positività e compiacenza, e il costo è altissimo.
Ciò che appare come grinta o resilienza spesso è solo repressione, o ciò che io chiamo “virtual sukha”. Sukha in sanscrito e pali significa “buono spazio”, una sensazione di allineamento e giustezza. Il vero sukha è agio nel corpo, equilibrio nelle relazioni, armonia con il mondo. Il virtual sukha è un facsimile: una performance esteriore senza un reale fondamento interiore — una felicità contraffatta che erode la verità.
Nel mondo di oggi, ci viene consigliato non solo di non soffermarci sui momenti difficili, ma di non sentirli affatto. La pressione è di andare sempre avanti. In questo movimento perdiamo il contatto autentico con noi stessi e con gli altri. Così, quando affrontiamo una perdita o una delusione, è come se venissimo colpiti da due frecce: la prima è la situazione dolorosa, la seconda è la ferita di sentirci dire che non possiamo percepire la prima.
Il Buddha mise in guardia da questo nel Sallatha Sutta. Disse che, colpita da una freccia — dolore, perdita, delusione — la “persona non istruita” ne aggiunge una seconda resistendo o negando. Così la sofferenza raddoppia. Il virtual sukha è la nostra freccia moderna: mascheriamo la ferita invece di curarla. Peggio ancora, la trasformiamo in performance: Guardate quanto sono positivo!
Tradizionalmente, il Buddha parlava di tre veleni: brama, avversione e ignoranza. Il virtual sukha può essere visto come il loro discendente moderno. Nasce dalla brama — il desiderio inquieto che le cose siano diverse da come sono. Invece di affrontare la realtà della nostra esperienza, cerchiamo una versione più luminosa, una maschera più scintillante, una storia più digeribile.
Il virtual sukha è radicato anche nell’avversione, la nostra resistenza alla crudezza del presente. Dolore, delusione e vulnerabilità ci sembrano insopportabili, quindi li respingiamo. Li copriamo con slogan, hashtag o frasi preconfezionate per convincere gli altri e noi stessi che siamo imperturbabili.
Infine, il virtual sukha dipende dall’ignoranza: il non sapere come incontrare la realtà con compassione. In questa nebbia scambiamo la soppressione per forza e la performance per resilienza.
Insieme, questi veleni generano una maschera levigata di falsa gioia. Ci diciamo: Sto bene. Va tutto bene. E se non va bene, allora dev’esserci qualcosa di sbagliato in noi. Le emozioni vengono inghiottite per mantenere la pace o l’immagine, ma non spariscono; si induriscono in depressione, irritabilità o ritiro.
Nel linguaggio dell’attaccamento, il virtual sukha assomiglia alla strategia di tipo evitante o distanziante. Diventiamo esperti nel nascondere i sentimenti, mantenendo le relazioni superficiali. I rapporti si appiattiscono in transazioni di superficie, accuratamente gestite per evitare il rischio di essere davvero visti. Ciò che appare come distacco calmo è spesso solo paura dell’intimità.
Il costo non è solo personale. I social premiano la maschera, celebrano l’immagine curata e silenziano la vulnerabilità autentica. La repressione diventa collettiva, erode l’intimità e sfilaccia il tessuto comunitario. Economicamente, la depressione costa miliardi. Spiritualmente, costa l’estraniamento da noi stessi e dagli altri.
Il virtual sukha può proteggere l’appartenenza nel breve termine, ma compromette la connessione nel lungo periodo. Più ci affidiamo alla maschera, più ci allontaniamo da onestà, intimità e riparazione. Quello che inizia come un sorriso per evitare conflitti diventa disconnessione da noi e dagli altri.
A livello culturale, la maschera insegna alle nuove generazioni che solo alcuni sentimenti sono accettabili, lasciando bambini e adolescenti a ritagliarsi in frammenti. Gli adolescenti modellano la propria immagine per essere “piaciuti” e “amati” online — ironicamente da persone che non li conoscono. Così vengono incoraggiati a non conoscersi. Avendo lavorato con adolescenti in trattamenti di salute mentale acuti per oltre dieci anni, trovo questo fenomeno allarmante. È davvero urgente affrontarlo.
Come adulti, la nostra responsabilità è profonda. Dobbiamo mostrare ai bambini che l’amore è sia gentile sia delimitato. Dobbiamo modellare l’idea che la vita non debba essere sempre “#bestdayever” per meritare cura. Ma come ci allontaniamo concretamente dalla positività tossica?
Qui il dharma offre un percorso. Attraverso la meditazione — in particolare quella che coltiva la visione profonda — possiamo notare la maschera prima che indurisca, perché questa pratica porta consapevolezza ai cinque skandha. Sono i cinque aggregati che insieme costituiscono ciò che consideriamo il sé: forma, sensazione, percezione, formazioni mentali e coscienza.
- Forma è il corpo fisico e gli organi di senso.
- Sensazione è ciò che proviamo in risposta alle esperienze: piacevole, spiacevole o neutra.
- Percezione è il processo mentale di categorizzare e concettualizzare le esperienze.
- Formazioni mentali includono pensieri, emozioni, atteggiamenti, intenzioni.
- Coscienza è la consapevolezza che sorge in relazione agli altri quattro skandha.
Gli skandha mostrano che non esiste un sé fisso: solo abitudini e percezioni, insostanziali e impermanenti.
I dodici ayatanā sono i sei organi di senso — occhio, orecchio, naso, lingua, corpo e mente — e i loro sei oggetti corrispondenti — forme, suoni, odori, sapori, oggetti tangibili e oggetti mentali. La consapevolezza degli ayatanā ci mostra dove nasce l’esperienza. Portare attenzione a queste “porte” aiuta a cogliere la reattività prima che la brama, l’avversione o la maschera prendano il sopravvento.
Gli skandha e gli ayatanā rivelano come viene costruita la maschera. I punti di pratica che seguono mostrano, momento per momento, come deporla.
Indicazioni pratiche
• Fai una pausa prima di dire “Sto bene.”
Fai un respiro. Nota il corpo. Nominare le sensazioni interrompe la maschera.
• Coltiva la gentilezza amorevole verso l’onestà.
Ripeti: Possa essere gentile. Possa essere onesto. Possa essere integro.
Questa pratica radica l’onestà nella compassione, non nel conflitto.
• Stabilisci limiti compassionevoli.
Quando senti che stai per dire sì per abitudine, prova:
Possa prendermi cura di te, e possa prendermi cura di me stesso.
I confini diventano un atto d’amore, non di rifiuto.
• Nota la soppressione.
Le ricerche mostrano che reprimere le emozioni aumenta stress e disregolazione. Quando ti accorgi che stai reprimendo, prova a permettere che il 10% in più di ciò che senti sia presente.
• Dai un nome al veleno.
È brama, avversione, ignoranza o virtual sukha? Nominare l’energia allenta la presa.
Deporre la maschera del virtual sukha significa uscire dalla felicità vuota. Ciò che emerge è una gioia autentica, dove si incontrano compassione e verità. Questo non riguarda solo la salute mentale. È il percorso del dharma stesso — e il movimento culturale di cui abbiamo urgente bisogno.
Riproduzione del testo per gentile concessione di Daniel Ahearn, che ringrazio.
